André Kertész, riflessioni sul periodo americano

Queste considerazioni sul periodo americano di André Kertész sono state scritte per uno dei primi incontri che abbiamo tenuto in associazione a partire dall’ottobre 2009. La vita e l’opera di Kertész sono ben divise in tre periodi: il periodo ungherese sino al 1925, il periodo parigino fino al 1936 e il periodo americano dal 1936 sino al 1985, anno della sua morte.

In Kertész (Budapest 1894 – New York 1985) spesso ricorrono punti di vista alti e questi, anche se usati inconsciamente, indicano distacco. Man mano che la sua carriera procedeva era come – soprattutto nel periodo americano con gli edifici allora più alti della terra – cercasse il massimo distacco. Probabilmente per le amarezze che aveva dovuto sopportare, probabilmente per il suo carattere.

Guardare dall’alto determina anche una sospensione di giudizio (la più volte citata propensione di Kertész a non far cronaca) e le sue foto sono spesso un grido impotente lanciato da un uomo solo verso la solitudine dell’uomo.

Con la sua personalissima “finestra sul cortile” (“La finestra sul cortile”, A. Hitchcock – “Rear window”, 1954), ma in questo caso “ingessato” dall’età e dalla malattia, realizzò “From my Window”, 1981, serie di fotografie scattate dalla sua finestra spesso con l’uso del teleobiettivo, ottica che rafforza ulteriormente uno sguardo distaccato. Al contrario e a conferma Capa dirà che “se una foto non è una buona foto è perché non eri abbastanza vicino”. Ma se sei troppo vicino puoi morire. Per Capa sarà così fisicamente, per Kertész psicologicamente.

L’effetto presenza del fotografo nelle foto, ma in questo caso possiamo parlare di effetto assenza, è quello che caratterizza gli scatti di Kertész. La nostalgia ha bisogno di lontananza: nel tempo, nello spazio e nei ricordi.

La frase con cui Life liquidò le sue foto dovrebbe essere corretta dal “dicevano troppo” a “fanno pensare troppo”, “emozionano troppo”. Sull’onda della differenza tra il bello e sublime Kantiano in cui il sublime in qualche modo dopo un primo momento di inquietudine e frustrazione, attrazione e repulsione “induce la mente a prendere coscienza del proprio limite razionale e riconoscere la possibilità di una dimensione sovrasensibile, da esperire sul piano puramente emotivo” .

Ora un atto così complesso rispetto all’americano medio che stava diventando un “consumatore” acritico, era inaccettabile. Le sue foto non sarebbero state comprese.

Una cosa che mi ha colpito è che un animale ricorre molto più degli altri nelle sue fotografie: il colombo. Probabilmente quel colombo, così spesso presente, è lui, Kertész stesso. È un animale che troviamo in ogni città sotto tutti i cieli del mondo (Budapest, Parigi, New York) e anche lui guarda dall’alto, il suo punto di vista è alto. Sì, forse Kertész era, si sentiva un colombo e in America si è barcamenato quel tanto da non farsi schiacciare. Ci sono troppe foto che ricordano il punto di vista di un colombo per non poterlo pensare. Una delle ultime sue foto, una polaroid del 1974 non può non ricordarmi lo slittino “Rosebud” in “Quarto Potere” (“Citizen Kane”, 1941 di O. Welles) dell’ancóra bambino Charles Foster Kane. Come per lo slittino di Kane, unica ancora ad una vita che valeva ancóra la pena di essere vissuta, il triciclo di Kertész seppur nel chiuso del suo appartamento, ma stagliato sotto un cielo e un contesto che non è di nessun luogo, sembra richiamare un vecchio triciclo della sua infanzia ungherese, forse unico ricordo vivo e felice di una vita che andava spegnendosi.


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